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GENOVATUNE maggio 2008

Quando lo sguardo verso il passato abbandona le forme del revival e del recupero retrò per cercarne invece la sostanza, il risultato è un disco in cui le influenze sedimentate negli anni sono tasselli di un mosaico che mostra un’immagine viva e pulsante della contemporaneità. Questo è il caso di Alter, terzo album del cantautore fiorentino Tenedle, dove due solide dimensioni sonore come la canzone d’autore italiana e la new wave inglese (e non solo) a cavallo tra anni ’70 e ’80 s’incastrano e stratificano a vicenda in un lavoro moderno ed estremamente personale: e il risultato è un synth pop moderno nei suoni e nel gusto dal quale emerge la firma dell’autore nella forma dell’espressività della canzone d’autore.__Il Battiato de La Voce del Padrone sembra incontrare i Depeche Mode all’interno di una dimensione in cui i Radiohead si muovono verso gli Ultravox, e dove sopra tutti si erge la figura di David Sylvian a indirizzare il suono elettronico, anche nella sue espressioni più melodiosamente pop, in uno spazio profondamente intimista (e infatti, le mosche sul dolce che occupano la quarta traccia sembrano essere qualcosa di più di un lontano ed involontario riferimento alle dead bees on a cake dell’autore inglese).__La tradizione della canzone d’autore italiana trova nel synth pop di Tenedle una casa moderna che non rinuncia al gusto per la tradizione. Una solida struttura elettronica liscia e cristallina viene attraversata da intrecci di ritmi e loop, di suoni e silenzi, e soprattutto di melodie, spesso stratificate in composizioni dove lo spazio elettrico del suono apre e chiude sentieri che vengono percorsi dalla voce (quando non da più flussi vocali sovrapposti). Le composizioni di Tenedle sono piccoli microcosmi ordinati dove correnti sonore si muovono coordinatamente, ora scontrandosi o sovrapponendosi, ora allontanandosi o riallineandosi, ma sempre all’interno di un disegno complessivo coerentemente unitario.__I testi riescono ad essere profondamente introspettivi senza mai rinunciare alla musicalità della parola, e la voce calda e avvolgente del cantautore diventa uno strumento che utilizza l’armamentario fornito dalla lingua italiana – le aperture delle vocali, le pulsazioni ritmate di accenti e sillabe, etc. – per offrire un’interpretazione profondamente emotiva, all’interno di costruzioni in cui il significato delle parole si scioglie con naturalezza nella materia significante. E l’introspezione carica di malinconia dei versi non raramente va a contrappuntare linee musicali, o talvolta anche parti dello stesso cantato, che non disdegnano un’apparente leggerezza, in un gioco di luci e ombre dove gli aspetti più solari vengono utilizzati, in modo quasi elementare ma non per questo semplicistico, per rischiarare e alleggerire gli aspetti più oscuri; permettendo così all’autore di mantenere quel distacco dall’oggetto della narrazione che gli consente di evitare agevolmente i rischi di un’eccessiva pateticità.__Lo scorrere del tempo percepito come inarrestabile deriva: l’inevitabilità del ritardo, dell’arrivare sempre quando tutto è già compiuto, e il ritrovarsi a contemplare evanescenti sogni che aprono fantastici mondi popolati da piccoli desideri. E nel mezzo, tra passato e futuro, un soggetto che talvolta si scopre a guardarsi attorno come il protagonista di un film che si muove nello spazio nero tra i fotogrammi. Alle spalle delle parole di Tenedle si spiega un universo cupo, malinconico, a tratti dolorante, ma mai perdente, lamentevole o sconfitto: è la voce del disincanto che contempla le proprie tristezze passate e i propri rimorsi con il distacco di chi vede in essi un punto di partenza piuttosto che di arrivo. Quello del cantautore fiorentino è lo sguardo di chi si muove nel buio alla ricerca della luce, e che dopo lo smarrimento iniziale, quando gli occhi si abituano all’oscurità, si scopre ad osservare con stupore i contorni sfumati di ciò che lo circonda.__Alter è un disco che affascina fin dalle prime note, rivelandosi poco a poco e attirando l’ascoltatore attraverso i molteplici strati di una curatissima produzione. Un lavoro nel quale le parole diventano il mezzo attraverso cui prendono forma quadretti che raffigurano frammenti di vite e ricordi, ma che pur ponendosi al centro della scena non si impongono in modo netto e deciso. Proseguendo con la metafora pittorica si potrebbe dire che le tinte che utilizza tendono spesso a sfumare morbidamente nell’acquerello, piuttosto che in quei colori sintetici che solitamente si trovano abbinati all’elettro pop. È un lavoro che si avvolge nelle proprie pieghe per poi lasciarsi sfogliare, mostrarsi lentamente, e cambiare forma sotto lo sguardo dell’osservatore, lasciando trapelare nuove e mutevoli luminosità latenti sotto lo strato di oscurità.

MARCO PULITANO’

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