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2014 OutsidersMusica

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Meditazione in musica sul ciglio del Vulcano:
Conversazione su vita, arte e filosofia con Tenedle, all’indomani dell’uscita del suo quinto album.
Fiorentino di nascita e olandese d’adozione, Dimitri Niccolai, in arte Tenedle, ha tracciato negli anni un percorso di rara coerenza artistica e umana, coniugando in maniera originalissima la canzone d’autore con elettronica, umori wave e post-rock e con un senso della melodia che affonda le sue radici nel brit-pop. Mi sono addentrato con lui, senza troppa cautela, nel magma incandescente di Vulcano.

Vulcano porta il tuo percorso di ricerca verso una dimensione musicale apparentemente più essenziale. E’ un’esigenza imposta dalle canzoni o una tua scelta che prescinde dal materiale che compone il disco?

Hai usato “apparentemente” e credo che in Vulcano si percepisca l’intenzione, specialmente in brani come “L’attimo prima del risveglio” o “La stella popolare”. Intenzione dettata da un desiderio di scrivere solo lo stretto necessario. Un percorso naturale cominciato già in “Grancassa” probabilmente, ma che qui ho fortemente seguito. Poi lo sviluppo delle canzoni, il divertimento nel gioco, la ricerca nei suoni a volte prende la mano e si finisce per fare più caos di quello che si pensa, ma il caos ancora mi serve, per descrivere il mondo, per esserci, per non apparire altezzoso, anche se il monachesimo (musicale) mi attrae. Crescendo, e non uso volutamente il termine “invecchiando”, si tende a dividere l’essenziale dall’inutile; io ancora devo lavorare.

Nei tuoi brani riesci ad indagare l’infinitamente piccolo nelle profondità più remote dell’animo umano, ma ogni tua osservazione, al tempo stesso, appare immersa in un contesto universale. Ti senti più astronomo o più entomologo?

Non avendo ahimè conseguito nessuna laurea direi di sentirmi tutti e due allo stesso modo e questo fa di me un f olle che immagina soluzioni, se le canta, come uno scenziato f a con le f ormule, credendo nei sogni più impossibili. Cerco di spiegarmi perchè l’essere umano sia idiota e geniale allo stesso tempo, quante occasioni sprechiamo per elevarci. Se cerco la risposta sul perché non riusciamo a “salire” devo per forza studiare i “pesi” che ci tengono a terra, terra terra. Forse sono un’acrobata, venghino signori venghino!

Come riesci a mettere in relazione questi due diversi punti di osservazione?

Credo sia la stessa fragile condizione che ci mostra ogni giorno la bellezza e l’orrore che ci porta a desiderare di conoscere questi due aspetti e farli fluire in un tutt’uno. Credo che un modo per riuscire ad osservare sia uscire da se stessi al momento giusto, starci poco. C’è una dimensione “gioco” nell’arte e una parte dove si toccano profondità estreme; io prediligo la seconda anche se la prima è fondamentale per entrare e uscire dall’Io in fretta, per tenere sotto scacco il falso e la realtà contemporaneamente. La parola impossibile è “equilibrio”, ecco che si torna al circo… Ricordo che parlavamo insieme di questo anche ai tempi di “Luminal”.

Data la tua condizione di poliglotta e cittadino del mondo, potresti facilmente scegliere di esprimerti in inglese e di rivolgerti, così, ad un pubblico più ampio e, probabilmente, anche più maturo. Vulcano, invece, parla ancora italiano. Perché?

Perchè l’italiano è una lingua granitica e moderna, divertentissima e piena di possibilità, l’italiano ha un suono meraviglioso in bocca e nelle orecchie e quando scrivo parole scrivo anche il loro suono. Ecco la novità: l’italiano per me è un suono, il mio suono, questa una delle cose che ho imparato cantando davanti a gente che non lo capisce; esordisco sempre dicendo: ascoltate il suono delle mie parole. Se questo mi costa la vendita di qualche centinaia di dischi in meno non so… so che mi stimola come artista ed io fondamentalmente mi ritengo tale perché purtroppo sono attratto dal lavoro e non dai soldi.

La tua produzione (e questo disco non fa eccezione) si distingue per una spiccata sensibilità verso la feroce insensatezza del tempo presente. Il genere umano merita di estinguersi?

Questa è una domanda difficile ma proprio “Vulcano” si pone questo interrogativo più dei miei lavori precedenti: se penso alle cose meravigliose di cui l’umanità dispone, create da una parte magnifica del genere umano nella sua storia e dal sacrificio di molte persone per il bene di tutti, il giusto, direi di no; ci sono ancora principi da cui si potrebbe ripartire.
Vorrei continuare a credere che ogni bambino che nasce ha dentro la possibilità di dare un bel calcio in culo
ai suoi predecessori e rendere tutto bello,finalmente.Se mi lascio sopraffare dalla realtà e dalla frustrazione, ti rispondo immediatamente “sì”. La risposta migliore credo di averla espressa in “Che tempo fa” e in “Tiramisù”, anche se sempre come domanda sospesa…

Cosa salveresti oltre ai dischi dei Kraftwerk?

Una montagna di cose!Altro che isola, mi ci vuole un piccolo arcipelago.La bellezza che ci circonda tra musica, letteratura, cinema, natura e – attenzione – “le persone” è uno dei motivi per cui mi dispiacerebbe lasciare questo mondo.Un po’ di cose da mettere in valigia prima del teletrasporto : “Il flauto magico”,I“Vier Letzte Lieder”, “Les berceaux”, “Strawberry fields forever”“, “The fool on the hill”, “Duchess” e Sylvian, Wyatt, Bowie, Walker, Eno, Glass, Battiato, Ciampi, Tenco, Battisti, Conte, tutta la Motown tra il 1957 e il ‘61, Lynch, Burton, Chaplin, Kubrik, Fellini, Bergman, Moretti, Sorrentino, Wenders, Herzog, Bene, Marx, Jung, Spinoza, Bruno, Tesla, Jobim, Dickinson, Gibran, Scabia, Cervantes, Kafka, “Il gabinetto del dottor Caligari”, I Radiohead, Drake, Kandinsky, Chagall, Brel… Fermami, ed è veramente niente… Il caffé!

Vulcano esiste grazie ad un progetto di crowdfunding. Come hai vissuto questa esperienza?

Esperienza faticosissima e al limite della dignità, visti i tempi che corrono, ma sorprendentemente gratificante,visto il grandissimo successo,l’affetto ricevuto e i tempi che corrono.Colgo l’occasione per ringraziare chi ha sostenuto “Vulcano” in quei giorni. Oggi sono indipendente grazie ad un piccolo ma forte pubblico di gran belle persone! Altro che chiacchiere… Il mio quinto disco è dedicato a loro e a mio figlio.

Conoscendo il tuo percorso e le tue vicende private, credo che questo disco resterà per te il disco più importante della tua vita. Credo che l’intensità con cui l’hai vissuto e con cui ti ci sei aggrappato arrivi in maniera molto forte, sottotraccia, anche all’ascoltatore ignaro. Lo credi anche tu?

Lavorare a “Vulcano” è stato, nel periodo più drammatico della mia vita, l’unico spiraglio, appiglio, via d’uscita, l’unico modo per non scappare e non crollare. Credo si senta, ci sono brani più espliciti rispetto alla mia vicenda che purtroppo non è finita, tipo “Scherzo”, che ho preferito lasciare fuori ma che inevitabilmente ti inseguono. Non si può discernere dalle cose che vivi e in questo caso la domanda era se aveva senso scrivere sull’orlo della disperazione? Beh, non ha senso direi, ma la musica riempiva i vuoti in cui veramente, per la prima volta, ho capito cosa sia la paura.

C’è una componente della musica che non si può scrivere e che va oltre la dimensione materiale?

Più di ogni altra forma d’arte la musica può descrivere o far immaginare dimensioni che secondo il nostro pensare razionale sono imponderabili.Un po’ come la fisica quantistica, una delle mie scintille in “Vulcano”. Tutti i suoni le parole che produciamo in musica vengono percepiti da ogni individuo in modo diverso, sensazioni che più che in altre arti vengono trasformate all’impatto, spostano qualcosa… Certo bisogna essere predisposti ad un’esperienza, cosa che oggi risulta molto complicata da agenti atmosferici e disturbi culturali…
Ascoltare musica è una sorta di meditazione, la musica ha la capacità di portare ad uno stato interiore alto, positivo, pacifico. Una componente che ho imparato a lasciar fluire nella mia musica, è quella del “non scritto”, del “non pensato, programmato”. La parte del rumore, del disturbo armonico, che nasce dalla sperimentazione è una frontiera comunicativa, oggi nella canzone, ancora tutta da esplorare, per fortuna. Ecco “la magia” credo sia la componente della musica che non si può scrivere perché è possibile solo durante l’ascolto.

di Alessandro Hellmann

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